Anselmo Bucci al Mart di Rovereto: un figlio delle Marche nel cuore del Novecento europeo

di Claudio Vagnini 13 aprile 2026

C’è un filo sottile che lega Fossombrone a Rovereto in questi mesi, e quel filo si chiama Anselmo Bucci. Il Mart — Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto — ospita fino al 27 settembre 2026 la più ampia retrospettiva mai dedicata a questo artista. La mostra, intitolata “Anselmo Bucci (1887–1955). Il tempo del Novecento tra Italia e Europa”, è curata da Beatrice Avanzi e Luca Baroni e riunisce oltre 150 opere — dipinti, incisioni, disegni, fotografie e materiali d’archivio, molti dei quali inediti — ricostruendo la carriera, la vita e i legami di uno degli intellettuali più complessi, colti e indipendenti del XX secolo.

Per chi frequenta le case museo marchigiane, il nome di Bucci non è certo sconosciuto: la Quadreria Cesarini – Casa Museo di Fossombrone è tra i prestatori principali della mostra, e la sua storia è intrecciata in modo profondo con quella dell’artista. Ma la retrospettiva di Rovereto offre l’occasione straordinaria di vedere Bucci nella sua interezza, restituito al grande contesto culturale europeo a cui appartiene.

Un artista tra due mondi

Anselmo Bucci nasce a Fossombrone nel 1887. Si forma tra il Veneto e la Lombardia, matura una solida cultura figurativa frequentando l’Accademia di Brera, poi nel 1906 approda a Parigi — con l’amico Leonardo Dudreville e poche decine di franchi in tasca — e vi trascorre otto anni decisivi. Nella capitale francese entra in contatto con Gino Severini, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso, Maurice Utrillo; frequenta La Ruche a Montparnasse; espone ai Salon e attira l’attenzione della critica internazionale.

Pittore, incisore, disegnatore e scrittore, Bucci occupa una posizione del tutto originale nel panorama artistico del suo tempo. È tra i fondatori del gruppo Novecento Italiano, promosso dalla critica Margherita Sarfatti, e a quel gruppo conferisce addirittura il nome, salvo poi allontanarsene, rivendicando quella libertà intellettuale che sarà il tratto più autentico di tutta la sua carriera. L’indipendenza dai movimenti, dalle correnti politiche, dagli schemi di ogni partito lo rende una figura eccentrica e sfaccettata, a lungo sottovalutata dalla storiografia ufficiale. La mostra di Rovereto si propone di restituirgli il posto che merita.

Il ritratto: una menzogna necessaria

Tra i molti linguaggi esplorati da Bucci, il ritratto occupa un posto di rilievo speciale. L’interesse risale all’infanzia, quando a Este osservava il suo primo maestro, il pittore Francesco Salvini, che «lavorava dalla fotografia e dipingeva somigliantissimo». Presto Bucci capisce che quella strada — la copia fedele del reale — non è la sua.

Nel suo libro “Il pittore volante” (1930, vincitore della prima edizione del Premio Viareggio), Bucci enuncia un aforisma che vale come manifesto ovvero che il ritratto una tempo doveva raccontare la verità ma oggi deve essere una menzogna. Un’affermazione apparentemente provocatoria, che in realtà tocca il cuore di una questione cruciale per l’arte del Novecento.

Con l’avvento della fotografia, la somiglianza fisica cessa di essere il compito principale del pittore. Se la macchina fotografica può fissare un volto con precisione millimetrica, il pittore è finalmente libero — anzi, obbligato — di andare altrove. La “menzogna” di cui parla Bucci non è inganno: è interpretazione, trasfigurazione, scavo interiore. È lo spazio necessario tra l’apparenza e la verità più profonda della persona ritratta.

Lo dimostrano le opere in mostra a Rovereto: il grande Ritratto di signora in blu, che rilegge il modello ottocentesco della figura intera con accenti cromatici postimpressionisti; l’intenso ritratto di Elena Fambri; la sensuale Rosa Rodrigo (La Bella), che riprende in chiave moderna la tradizione rinascimentale del «ritratto al davanzale» di Raffaello e Rembrandt. Il colore diventa strumento di rivelazione interiore, capace di dire ciò che nessuna lente può catturare.

Bucci e il notaio Cesarini: la nascita di una casa museo

Tra i capitoli più significativi della vita di Bucci — e certamente il più caro al pubblico marchigiano — c’è il rapporto con Giuseppe Cesarini, notaio di Fossombrone, pittore dilettante e raffinato collezionista. Un’amicizia che nasce negli anni Trenta del ‘900, quando Bucci, dopo l’allontanamento dal gruppo Novecento e le ristrettezze economiche che ne conseguono, si riavvicina alla sua terra d’origine.

Cesarini inizia ad acquistare le opere di Bucci con passione e costanza, e nel 1934 gli commissiona il proprio ritratto: un gesto che sigilla un legame non solo commerciale ma profondamente umano, tra due anime affini — un artista geniale e inquieto, un mecenate illuminato capace di riconoscerne il valore. Da questa intesa nasce il progetto ambizioso di una casa-museo destinata a raccogliere il meglio della pittura italiana contemporanea.

Il rapporto si approfondisce nei decenni successivi. Negli anni Quaranta e Cinquanta, segnati dalle difficoltà a causa della guerra e dalla distruzione dello studio milanese di Bucci durante i bombardamenti, l’artista destina alla collezione Cesarini molte delle opere ancora in suo possesso. La casa museo di Fossombrone diventa così un luogo di rifugio e di memoria, oltre che di arte.

Dopo la morte di Cesarini nel 1977, la collezione passa al Comune di Fossombrone e costituisce oggi la più vasta raccolta di opere di Anselmo Bucci: circa sessanta oli su tela, altri dipinti e una raccolta di oltre 600 incisioni. È da questa straordinaria eredità che provengono molti dei prestiti alla mostra di Rovereto, a testimonianza del ruolo centrale che Fossombrone svolge nella conservazione e valorizzazione del patrimonio del grande artista marchigiano.

“I Maschi”: il capolavoro restaurato

La mostra si conclude con un’opera che i cittadini di Fossombrone conoscono bene, forse senza rendersi pienamente conto della sua straordinaria portata storica.

I Maschi (1921-22) è la tela più imponente di Bucci — un olio su tela di oltre quattro metri e mezzo di larghezza — e ha lasciato per questi mesi la Sala del Consiglio Comunale del Municipio di Fossombrone per approdare al Mart. È la prima volta che l’opera viene esposta in un museo.

La storia di questo capolavoro è lunga e avventurosa. L’idea risale al 1910, quando Bucci sta lavorando nel suo studio di Montparnasse: un giornalista annota che il giovane pittore «ha ideato di comporne altri quattro grandissimi». Nell’opera, «la tela rappresenta la battaglia dei sessi: uomini di varie età, nudi e famelici, assaltano un gruppo di Amazzoni, che si difendono con archi e frecce». Il progetto viene poi abbandonato per oltre un decennio — forse per l’imminenza della guerra — e completamente ridipinto tra il 1921 e il 1922 in un linguaggio decisamente più più sintetico. Bucci pensa di esporla alla Biennale di Venezia del 1924, nella sala dei Sei pittori del Novecento, ma rinuncia. Riuscirà persino a salvarla dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale che distrussero il suo studio milanese.

Prima della trasferta trentina, l’opera ha ricevuto le cure conservative che meritava, affidate alla ditta specializzata Bacchiocca di Urbino: consolidamento della pellicola pittorica, piccoli ritocchi, per garantirne la sicurezza nel viaggio e la migliore presentazione al pubblico. Il percorso espositivo raccoglie anche i numerosi studi preparatori, che permettono di seguire l’evoluzione del linguaggio di Bucci nell’arco di oltre un decennio.

Vedere “il proprio” pittore finalmente al centro della scena nazionale, raccontato con la profondità che merita, è per il territorio marchigiano un motivo di orgoglio autentico. La mostra è aperta fino al 27 settembre 2026. Vale il viaggio.

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